|
|
 |
|
Le priorità di Coldiretti per il Governo che
verrà |
Intervista a Sergio Marini.
In vista delle prossime elezioni politiche l’organizzazione agricola ha
messo a punto un documento che contiene le richieste al mondo politico per
la prossima Legislatura, incentrate sul rafforzamento delle imprese agricole
e sulla tutela del prodotto italiano.
A
meno di un mese dalle elezioni politiche l’attenzione di giornali e
televisioni sembra essere concentrata più sui candidati in lista che sui
programmi delle varie formazioni. E se dei programmi si parla poco in
generale, figuriamoci di quelli che riguardano l’agricoltura, che da anni
finisce in prima pagina solo quando c’è da parlarne male, spesso a torto.
L’agricoltura, in effetti, è l’unico settore di cui i principali
schieramenti politici parlano espressamente con impegni sull’etichettatura
obbligatoria degli alimenti, sui mercati gestiti direttamente dagli
agricoltori, sulla riduzione dei costi e sugli incentivi fiscali.
La Coldiretti ha messo a punto nei giorni scorsi un documento intitolato
«Coldiretti per il rilancio dell’Italia – Quattro proposte per l’intera
legislatura» che sarà il punto di riferimento per valutare gli impegni e i
programmi dei partiti. Di tutto questo abbiamo parlato con il presidente
dell’organizzazione agricola Sergio Marini.
Presidente Marini, qual è la «filosofia» che sta alla base del vostro
documento?
Siamo partiti dal presupposto che l’agricoltura che vogliamo è quella che
vogliono i cittadini. Il nostro settore avrà un futuro solo se sarà capace
di rispondere alle domande e alle aspettative degli italiani.
È cambiato qualcosa negli ultimi anni?
Certamente. Il ruolo dell’agricoltura è diventato centrale non solo per
quanto riguarda la sicurezza alimentare e la salvaguardia dell’ambiente, ma
anche per la quantità di ciò che produce. Oggi per molte produzioni di base,
come ad esempio i cereali, i magazzini sono vuoti, l’offerta non riesce a
tenere il passo della domanda e di conseguenza aumentano i prezzi.
Quindi come bisognerebbe intervenire?
Semplificando, possiamo dire che i filoni di intervento sono sostanzialmente
due: da una parte occorre rafforzare le imprese agricole nella loro capacità
di produrre, sia dal punto di vita qualitativo, che quantitativo; dall’altra
bisogna impegnarsi nella difesa a tutto campo del prodotto italiano, della
sua identità e della sua sicurezza.
Cominciamo dall’impresa agricola. Di cosa ha più bisogno per crescere?
Il campo è ovviamente molto vasto, ma Coldiretti ha individuato alcuni punti
fondamentali. Al nuovo Governo, qualunque sia, chiediamo di ridurre il
carico burocratico che grava sulle aziende, che non solo costituisce un
costo ma spesso ne pregiudica l’attività, potenziando gli strumenti
esistenti che regolano il rapporto tra impresa e Pubblica amministrazione.
Occorre poi che le agevolazioni fiscali che ogni anno sono oggetto di
proroga vengano definitivamente stabilizzate: parlo, ad esempio,
dell’azzeramento delle accise sui carburanti e dell’introduzione dei ticket
per i lavoratori agricoli.
Anche i Consorzi agrari dovrebbero essere potenziati, con l’obiettivo di
attivare economie di scala che possano aiutare le aziende a contenere i
costi dei fattori produttivi.
La scorsa settimana il presidente dell’Anbi Massomo Gargano ha lanciato
da queste stesse colonne l’ennesimo allarme per quanto riguarda le risorse
idriche.
Un altro aspetto fondamentale, che non interessa solo l’agricoltura, è
proprio quello delle infrastrutture, in particolare per quanto riguarda
l’utilizzo dell’acqua: serve un piano concreto per aumentare gli invasi,
migliorare l’efficienza della rete distributiva oltre che degli impianti di
irrigazione.
Se non si interverrà concretamente in questo campo andremo inevitabilmente
incontro a situazioni ingestibili: è evidente che alle prese con
un’emergenza, di fronte alla scelta tra uso potabile e uso irriguo si
privilegia il primo, ma questo vorrebbe dire mettere tante aziende agricole
nell’impossibilità di coltivare, con conseguente scarsità di prodotto e
ulteriore aumento dei prezzi.
Quello dei prezzi dei prodotti alimentari è un tema di grande attualità
in questi mesi.
Sicuramente, ma è anche un argomento sul quale non si dice tutto. È vero che
il prezzo del grano è aumentato ma è in linea con i valori internazionali,
mentre i costi di coltivazione sono quelli nazionali, più alti degli altri
Paesi. E comunque nella formazione del prezzo dalla produzione al consumo
c’è qualcosa che non funziona perché la forbice tra il prezzo all’origine e
quello sullo scaffale è sempre più ampia. La nostra proposta è di dimezzare
le intermediazioni e i troppi passaggi dei prodotti agricoli dal campo alla
tavola, favorendo forme di aggregazione e partecipazione dell’impresa
agricola nella fase di trasformazione e distribuzione dei prodotti
agroalimentari.
Un discorso che ci porta a parlare dei farmers market.
Infatti: secondo Coldiretti bisognerebbe realizzare almeno un mercato
contadino in ogni comune. Intendiamoci, sappiamo benissimo che non bastano i
farmers market a risolvere tutti i problemi, ma certamente la presenza di
queste strutture stimolerebbe la riorganizzazione della filiera.
Non si può tuttavia prescindere, dove serve, da un processo di
ricomposizione della filiera: più trasparenza, più concorrenza e meno
passaggi. E un rapporto nuovo e diverso va costruito anche con la
distribuzione commerciale presente in Italia, per garantire spazio sugli
scaffali al vero prodotto made in Italy.
Va anche detto, comunque, che nella formazione del prezzo finale un ruolo
centrale ce l’ha il costo di produzione: se tutti i fattori produttivi
aumentano non si può chiedere che a farsene carico sia solo l’agricoltore.
Sempre in tema di prezzi, effetti positivi per l’agricoltura potrebbero
venire dal disaccoppiamento degli aiuti comunitari.
Sulla necessità di scegliere questa strada noi abbiamo sempre insistito.
L’introduzione nella nuova pac del disaccoppiamento avrà come effetto un
maggiore potere contrattuale degli agricoltori nel rapporto con l’industria.
Occorre insistere su questa strada con investimenti finalizzati a
semplificare la filiera, non a mantenerla com’è, inefficienze comprese.
Veniamo al secondo punto del vostro documento: qualità, identità,
sicurezza e salute, più cibo italiano in tavola.
Sono temi che stanno a cuore non solo a noi ma a tutti i cittadini. Il made
in Italy è un patrimonio che va difeso sia a livello nazionale che
internazionale. Per quanto riguarda il nostro Paese, chiediamo la piena
applicazione della legge 204/2004 per l’etichettatura di origine
obbligatoria per tutti i prodotti e il potenziamento dei controlli contro
frodi, sofisticazioni e importazioni illegali.
L’identità dei nostri prodotti, e quindi dei territori da cui provengono,
deve poi essere difesa in campo internazionale, dove esiste un mercato di
falsi prodotti italiani stimato in 50 miliardi di euro.
Devo dire che da questo punto di vista in campo europeo abbiamo lavorato
male, si poteva fare molto di più, seguendo l’esempio di altri grandi Paesi
produttori, come la Francia, che non ha abbassato la guardia nella difesa
dei propri interessi.
Sul tema della qualità e della garanzia dell’origine bisognerebbe che anche
l’industria alimentare italiana capisse che il marchio da solo non può
essere sufficiente se dietro non c’è un prodotto legato al territorio. I
nostri marchi possono venire comprati, ne abbiamo già tanti esempi, la
nostra tradizione e la nostra qualità no, ed è su queste che dobbiamo
puntare.
Nelle proposte di Coldiretti per la prossima Legislatura ci sono altri
aspetti, ad esempio quelli ambientali.
Per avere un territorio più pulito, più bello e di conseguenza anche più
competitivo l’agricoltura può dare un apporto fondamentale, non solo con la
cura dell’ambiente che la stessa presenza degli agricoltori garantisce, ma
anche contribuendo ad alleggerire il problema dei rifiuti. Con la raccolta
differenziata i rifiuti organici possono essere trasformati in compost e
usati come fertilizzanti, migliorando la fertilità del terreno e riducendo
le emissioni di CO2 nell’aria.
Ma è necessario anche un sano realismo di fronte ai troppi dettagli
burocratici che costano tempo e denaro alle imprese senza aggiungere niente
dal punto di vista ambientale.
Anche il potenziamento delle misure agroenergetiche avrebbero effetti
positivi per tutti, ad esempio favorendo lo sviluppo di impianti di piccole
dimensioni e a basso impatto ambientale.
Non dimentichiamoci di una cosa: dopo il 2013 dovrà essere ridiscusso tutto
l’impianto della pac: per giustificare agli occhi dei cittadini europei il
sussistere di finanziamenti all’agricoltura sarà sempre più importante «rilegittimare»
l’attività delle imprese agricole sotto l’aspetto ambientale.
|